Bova Marina Cultura ed eventi Jonica

TEATRO CONTEMPORANEO E MITO CLASSICO: A BOVA MARINA APPRODA LO SPETTACOLO “UCCELLI O DELLA CITTÀ SOGNATA”, LA VISIONARIA PRODUZIONE DI OFFICINE JONIKE ARTI.

Al Teatro Don Bosco doppio appuntamento con la riscrittura contemporanea da Aristofane: giovedì 29 ottobre alle ore 09:30 con la Matinée dedicata agli studenti dell’I.I.S. “Euclide” di Bova Marina e domenica 1 novembre alle ore 19:15 per lo spettacolo serale aperto al pubblico.

BOVA MARINA (RC) – Quando il teatro classico smette di essere reliquia museale e si fa lente ustoria sul presente, nasce un cortocircuito poetico e politico capace di parlare a ogni generazione. Approda sul palcoscenico del Teatro Don Bosco di Bova Marina (Via dei Salesiani, 22) l’acclamato spettacolo “Uccelli o della Città Sognata”, produzione di punta della compagnia teatrale professionale Officine Jonike Arti. 

Dal mito di Aristofane alla distopia delle frontiere contemporanee: la Drammaturgia

Liberamente ispirata alla celebre e rivoluzionaria commedia “Gli Uccelli” di Aristofane, la drammaturgia originale di Maria Milasi – portata in scena con la regia visionaria e dinamica di Americo Melchionda – compie un’operazione di radicale attualizzazione. Mantenendo intatto il ritmo serrato, il mordente satirico e l’impianto favolistico-grottesco della fonte greca, l’opera trasporta la vicenda in una dimensione “altermoderna”, onirica e post-apocalittica.

In questa riscrittura, i due ateniesi Pisetero ed Evèlpide cambiano volto e genere, trasformandosi in Thelma (Maria Milasi) e Louise (Kristina Mravcova), due donne agli antipodi che scelgono di allearsi in una fuga disperata e indomita. Thelma, un’imprenditrice rovinata che sfreccia sul suo bolide, e Louise, attivista dei diritti umani e pacifista convinta che il patriarcato sia la matrice primaria di ogni guerra, si battezzano con i nomi delle iconiche eroine cinematografiche dopo aver visto il celebre film in un vecchio cinema anni Ottanta.

Fuggendo da una terra devastata da rifiuti radioattivi, macerie morali e conflitti, le due protagoniste cercano una patria d’elezione: la “Città Sognata”, un’utopia sospesa nell’etere, priva di confini, pregiudizi e sopraffazioni. A guidarle verso la frontiera non sono più il gracchio e la cornacchia del testo antico, bensì due navigatori satellitari sincronizzati sulle rotte migratorie degli uccelli, acquistati al mercato nero da un trafficante di confine.

Il loro viaggio si arresta in un fosso ad implosione esplosiva, a ridosso di un campo profughi cinto da filo spinato e sorvolato da droni: uno snodo migratorio perenne. Qui incontrano Tereo, l’Upupa (Americo Melchionda), non più il mitico re della Tracia mutato in volatile dagli dèi, ma un disertore, un senzatetto carismatico e marginale, un “uomo-uccello” che vive tra gli scarti della civiltà. Avvolti dalle ali candide e ieratiche di una Civetta (Thekla De Marco) – che riassume in sé la funzione dell’antico Coro greco facendosi totem vocale e testimone di un mondo alla deriva – i protagonisti tenteranno l’impresa impossibile: fondare proprio lì, nel cielo tra le frontiere, la nuova città ideale.

La prova attoriale: alchimia scenica, fisicità e rigore interpretativo

Uno dei punti di forza più acclamati di “Uccelli o della Città Sognata” risiede nella prova maiuscola del suo quartetto d’interpreti, capace di sostenere per ottanta minuti un ritmo serrato in un continuo, virtuosistico cambio di registro che spazia dalla commedia grottesca e brillante fino al dramma esistenziale e civile. La recitazione non si limita alla pura restituzione verbale, ma si fa teatro totale, organico e profondamente fisico.

Al centro della scena brilla l’alchimia magnetica tra Maria Milasi (Thelma) e Kristina Mravcova (Louise), salutate dalla critica e dal pubblico per la loro interpretazione magistrale e per una presenza scenica di dirompente impatto emotivo. Le due attrici danno vita a un’inedita coppia di eroine “profughe dell’apocalisse”, costruendo una partitura attoriale fatta di contrappunti perfetti: forti e indomite, ma al contempo attraversate da una umanissima fragilità.

Maria Milasi imprime alla sua Thelma – imprenditrice disillusa e vulcanica – un’energia febbrile, governando con assoluta padronanza i tempi comici, l’ironia tagliente e lo slancio utopico di chi tenta di riorganizzare il caos. Accanto a lei, Kristina Mravcova plasma una Louise di straordinaria intensità ed eleganza espressiva: portando in dote il rigore metodologico della scuola drammatica dell’Europa centrale, l’attrice conferisce alla sua attivista e pacifista un’urgenza etica vibrante, fatta di sguardi magnetici, precisione millimetrica nel gesto e una tensione ideale che cattura lo spettatore sin dalla prima battuta. Il loro dialogo serrato restituisce tutta la verità di un linguaggio femminile autentico, privo di retorica, sospeso tra humour graffiante e struggente poesia.

A fare da contraltare a questo duo è la prova carismatica e camaleontica di Americo Melchionda nei panni dell’Upupa. Impegnato nella doppia veste di regista e interprete, Melchionda offre una performance di altissimo spessore tecnico ed emotivo, lavorando sul confine sottile tra l’umano e il ferino. Il suo Tereo/Upupa si impossessa del palcoscenico attraverso una partitura fisica e vocale ibrida: bizzarre movenze animalesche, scatti improvvisi e vacue rimembranze di un passato terreno si fondono nella figura di un clochard celeste, un disertore disincantato. È proprio a Melchionda che la drammaturgia affida la sterzata più drammatica dell’opera: il suo monologo conclusivo, recitato con un’amarezza lucida e disarmante, squarcia il velo della favola grottesca e inchioda la platea alla cruda realtà dei campi profughi e delle guerre contemporanee.

A completare e avvolgere questo triangolo attoriale si staglia la figura eterea e totemica della Civetta, incarnata da Thekla De Marco. La sua non è una semplice presenza coreografica, ma una vera e propria architettura vivente: svettando sui trampoli con le sue grandi ali candide e dispiegando una vocalità lirica e ancestrale, la performer agisce come un antico Coro greco trasfigurato, punteggiando l’azione drammatica con interventi sonori e visivi che amplificano il senso di sospensione onirica dell’intera pièce.L’interazione impeccabile tra i quattro interpreti – esaltata dall’impianto visivo e sonoro firmato da Francesca Nocito (scenografia), Antonino Neri (sound design e fonica) e A. Bellocchio (disegno luci) – trasforma così il palcoscenico del Teatro Don Bosco in un organismo pulsante, in cui la parola di Aristofane, riscritta per il nostro tempo, prende letteralmente corpo, respiro e volo.

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