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Sàndor Ferenczi, Opere, vol. I (di Nicola Ghezzani)

Per un curioso parallelismo storico, col crollo del muro di Berlino, datato 1989, si ebbe altresì uno scioglimento di quella invisibile cortina di ferro culturale che aveva nascosto le opere degli analisti ungheresi, fra i quali il più importante fu Sàndor Ferenczi. Mi accorsi subito della novità in corso, che rifletteva di un interessante mutamento culturale. A partire dal 1990 pubblicai recensioni e articoli sulle opere di Sàndor Ferenczi e Imre Hermann, dapprima sulla rivista Gruppo e funzione analitica, diretta da Francesco Corrao, Presidente della SPI dal 1969 al 1974, poi su gli argonauti, il cui direttore era un vulcanico Davide Lopez. Gli articoli mi aiutarono a elaborare un particolare momento della mia vita; ma il loro fine oggettivo era di rendere nota la straordinaria vicenda di Sàndor Ferenczi, analista di prim’ordine e uomo di genio che la Società di psicoanalisi, con in testa Freud stesso, boicottò per le sue idee innovative, proprio nel momento in cui si manifestava nel suo organismo una malattia mortale.

Questa prima recensione, che qui pubblico, fu fortunata nel cogliere la rinascita incipiente di Sàndor Ferenczi, ma fu elusiva circa il tema del trauma. In questo recensione ascrivo l’importanza del trauma nello sviluppo di una personalità alla “collusione” adattiva nei confronti del genitore seduttivo. Cadevo in equivoco: una cosa è l’adattamento compiacente a un genitore disfunzionale, che idealizza il figlio a proprio beneficio e inverte i ruoli genitore-figlio, tutt’altro è il trauma da aggressione intenzionale da parte di un adulto nei confronti di un minore. Ma tant’è. Scrivevo queste pagine per una rivista di psicoanalisi super-ortodossa (sia pure sul versante bioniano): non potevo dissacrare il mito della pulsione (di Freud, come di Melanie Klein e i loro successori) o della seduzione originaria (come la stava elaborando in quegli anni Jean Laplanche).

Ogni scritto è datato. Resta a queste pagine il merito di aver partecipato alla Ferenczi Renaissence avviata con la pubblicazione del suo Diario clinico nel 1985, con la fondazione della Sándor Ferenczi Societynel 1988 a Budapest dovuta a György Hidas e altri colleghi, e con il convegno internazionale “The Legacy of Sándor Ferenczi”, tenuto a New York nel 1991.

Merito specifico di questo mio scritto l’aver sollecitato in ambito psicoanalitico concetti come “ipnosi adulto-bambino” e “alienazione dell’Io”.

Buona lettura! 



Roma 2 giugno 2026

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Per una felice coincidenza storica il 1989 è stato l’anno in cui l’Ungheria ha reso ufficiale la sua emancipazione dall’area del cosiddetto “socialismo reale” rientrando a far parte della cultura europea, a cui è appartenuta da sempre a pieno titolo; e in Italia, evento di tono minore, ma non per questo meno significativo, si è avviata la pubblicazione presso Raffaello Cortina delle Opere dello psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi. Così anche Ferenczi, la cui voce, almeno qui da noi, era rimasta ingiustamente confinata nell’eco ormai remota della pubblicazione del Thalassa, nel ‘65, e dei suoi Fondamenti di psicoanalisi, nel ‘72-75, ha potuto tornare a testimoniare con la sua presenza l’importanza che ha avuto nella moderna concezione della psicoterapia.

Sopravvalutare Ferenczi è difficile. Un giudizio elogiativo che toccasse gli ambiti della teoria, della tecnica e della formazione coglierebbe su ogni punto il segno. Ce n’eravamo già resi conto con la pubblicazione del Diario clinico del ’32, che ha fornito la conferma definitiva dello straordinario intuito che ha accompagnato per intero lo sviluppo della sua opera.

Limitandoci a tratteggiare solo qualche linea ideale delle tante che ha stimolato nella riflessione psicoanalitica basta menzionare, nell’ambito della teoria, la sua curiosità biologica che in seguito ha portato Imre Hermann alla sua concezione dell’istinto filiale e dello schema istintuale dell’aggrappamento, Michael Balint a coniare il termine di “amore primario”, e Spitz e Bowlby a fare accurate ricerche sull’attaccamento alla madre e le conseguenze della “perdita”. Ancora nella teoria l’idea, di importanza fondamentale negli sviluppi che ha avuto in ambiti diversi da Winnicott a Laing fino ad Alice Miller, di perturbazioni interattive primarie di cui il soggetto reca la traccia psicopatologica nell’irrigidirsi di un falso Sé (cioè, come anche potrebbe dirsi, di un ideale dell’lo in cui l’Io si aliena e si perde). Nell’ambito della tecnica egli, dopo aver riconosciuto la coercitività insita tanto nella “terapia attiva” (che amplifica l’idealizzazione dell’analista, complicando la nevrosi di transfert) quanto nella “terapia passiva” (nella quale smaschera con vera preveggenza il carattere infantilizzante del maternage), crea la possibilità di quella “presenza dell’ana-lista” che non si basa sul “calore” terapeutico, bensì sulla reciprocità dell’analisi dei transfert e sull’ascolto del dialogo fra gli inconsci.

Infine, nell’ambito della formazione degli analisti occorre notare e rimarcare che egli è stato il primo nella cerchia di Freud a dichiarare la necessità che l’analista faccia la propria analisi in modo radicale e risolutivo quanto possibile, perché i nuclei irrisolti in sé stesso sono esattamente quelli che sarà destinato a misconoscere nel paziente e, inversamente, sono proprio quelli che il paziente sarà portato ad utilizzare per difendersi dall’analisi. Inoltre Ferenczi è stato il primo – assieme a Jung, per essere onesti – che ha denunciato il rischio delle idealizzazioni di transfert nella gerarchia delle Società di psicoanalisi. Questi temi, relativi alla formazione, saranno anch’essi ripresi e approfonditi dal suo allievo Michael Balint.

Naturalmente Ferenczi è giunto ad elaborare l’insieme di questi importanti punti di riflessione nell’arco di ventiquattro anni di attività appassionata e sofferta. Il primo volume delle Opere ci presenta un autore ancora giovane, di entusiasmi a volte un po’ sommari (tipici dell’epoca), altre volte di un certo involontario conformismo alla doxa del maestro, sempre però di una acutezza che lascia presagire il rapido dispiegarsi della genialità.

Lo scritto Psicoanalisi e pedagogia, relazione tenuta al primo congresso di psicoanalisi, nel 1908, costituisce la prima adesione ufficiale di Ferenczi alla scienza di Freud. È lo scritto di un trentacinquenne, dunque, a tratti, incerto e imitativo, ma in esso l’autore ungherese tratteggia alcuni dei temi che gli saranno cari in futuro. Con uno sdegno in qualche modo nietzscheano nei confronti della “morale civile” (che riecheggiava anche nelle prime annotazioni di Freud) Ferenczi arriva ad auspicare «una riforma delle istituzioni sociali nel senso di facilitare il libero flusso della parte non sublimata degli appetiti» (p.35).

Giunge anche a paragonare quella morale ad un processo ipnotico: «I divieti e le prescrizioni intimidatorie del sistema educativo-morale basato sulla rimozione si potrebbero paragonare alla suggestione post-ipnotica di un’’allucinazione negativa (…) l’umanità attuale viene educata alla cecità interiore» (p.41). Ma alla fine, come impacciato dal suo stesso impeto, si ritrova a confermare l’assunto freudiano che nella guarigione «la rimozione viene dissolta dalla condanna cosciente» (p.42), perpetuando così il dubbio, caro alla coscienza infelice della psicoanalisi posteriore a Freud, sulla qualità di ciò che di fatto viene rimosso.

Singolare movimento a ritroso. Ferenczi, dopo una animata provocazione intellettuale, ripiega nella doxa freudiana, che è naturalmente qualcosa di meno e di diverso dal pensiero creativo e contraddittorio del concreto soggetto Freud. Lo sviluppo del pensiero dell’autore ungherese deve pertanto essere letto sia dall’interno, come storia di una ricerca, che dall’esterno, come capitolo di storia della psicoanalisi nel contesto dinamico di un gruppo. Il maestro, Freud, ha un effetto di fascinazione sulla personalità dei suoi allievi, che blocca a lungo la creatività di ciascuno di essi e che disseminerà molti conflitti e qualche tragedia.

Sarebbe ingiusto attribuire tutta la responsabilità del fenomeno a un certo autoritarismo di Freud; perché esso fu anche un effetto di struttura. In Ferenczi tutto questo è evidente e centrale nella sua riflessione, poiché essa negli anni si definirà sempre meglio nei termini di una formidabile ancorché intuitiva teoria della seduzione generalizzata. La prova più pertinente di ciò è lo scritto Introiezione e transfert, del 1909.

L’articolo, giustamente segnalato da Balint, è, anche dal punto di vista teorico, uno dei più complessi e importanti della raccolta, e merita una attenzione specifica. Nel suo percorso errabondo esso sosta su vari punti, alcuni dei quali diverranno pietre miliari della successiva riflessione psicoterapeutica. Sin dal suo avvio il transfert, inteso come riedizione sul terapista di antichi flussi libidici rimossi, viene collegato ai fenomeni di suggestione e di ipnosi. Poi, d’un tratto, una metafora fa irruzione nel discorso teorico: parlando del potere dell’ipnotista, Ferenczi lo paragona alla “vista della Medusa” e al terrore che essa incute (p.95). Di conseguenza, data l’inerenza del rapporto ipnotico col transfert, lo stesso rapporto primario genitore-figlio si trova ad essere definito nei termini di una cattura ipnotica del bambino da parte dell’adulto, cattura che ha per strumenti l’autoconservazione (la dipendenza biologica) e l’amore (anche nelle sue perversioni). Questa cattura è possibile perché esiste una originaria “obbedienza infantile” (p. 96), la quale determina e spiega l’alienazione originaria dell’Io e la base della sua strutturazione dipendente e patologica: «Di solito, crescendo, il senso di rispetto per i genitori e la tendenza a obbedire loro scompaiono, ma il bisogno di essere soggetti a qualcuno resta» (p.101).

E’ chiaro che già a partire da questo punto Ferenczi pone le basi di un distacco creativo dalla cattura annichilente attivata dal fascino del maestro Freud. Già implicitamente autoanalitico, l’articolo pone le prime rudimentali basi di una teoria microsociale delle relazioni di seduzione, in quanto sul tramite dell’amore e della violenza esse promuovono nell’Io formazioni ad un tempo ideali e difensive. Da qui, infatti, prende l’avvio la rielaborazione del concetto di complesso edipico come facente capo ad una connivenza dell’lo in rapporto a parti alienate e seduttive di un altro soggetto. Con ciò sono già presenti in queste pagine i prodromi della caustica ricchezza delle note di clinica del diario del ‘32, allorché Ferenczi parlerà esplicitamente di una «fase di puro mimetismo» che precede ogni altra tappa nella formazione dell’Io, e parlerà con ciò di «una rassegnazione e un adattamento immediati del proprio sé all’ambiente», facendo accurate indagini microsociologiche della famiglia in cui è insorto il disagio. Avrà così modo di annotare: «Sono debitore a diversi pazienti dell’idea (…) che gli adulti introducano a forza la loro volontà e soprattutto contenuti psichici di tipo spiacevole, nella persona del bambino; questi trapianti estranei e scissi vegetano lungo tutta la vita nell’altra persona» (Diario clinico, ed. Cortina, p.148). Fra il 1908 e il 1932 sono intercorsi ben ventiquattro anni di riflessione, e, soprattutto, il dissidio doloroso col maestro. Tutto un versante critico della psicoanalisi, spinto allo studio degli adattamenti precoci patogenetici, si dispiegherà a partire da queste pagine.

Nello sviluppo di Ferenczi successivo al ’12 diverrà sempre più esplicita l’idea che le psicopatologie siano il frutto di un adattamento precoce perversivo. Lo stesso Edipo, dunque, verrà riletto in questa chiave, e Lacan non resterà sordo al suggerimento. E vero che Ferenczi non riuscì ad articolare compiutamente il piano dell’adattamento (ossia quello del bisogno biologico) con il piano del piacere (e cioè della sessualità e del desiderio mutuato nel rapporto), e che pertanto dovette riesumare il fossile del concetto di “trauma” (la cui ombra offusca ancora oggi l’opera di un Bowlby o di una Alice Miller); ma la ricchezza di un’idea la si misura dai suoi sviluppi, se è vero che tanti studi psicobiologici sulla dipendenza primaria, e le osservazioni analitiche sulla falsificazione adattiva del Sé e sulla captazione immaginaria dell’Io derivano come fuochi dalle scintille di quel remoto punto di attrito.

Secondo una rielaborazione che è ormai possibile formulare ciò che fa sì che una violenza, uno shock traumatico, realizzata al livello del comportamento e-o al livello della captazione immaginaria, produca effetti durevoli sulla formazione dell’identità e sulla struttura della personalità è il fatto del possibile piacere con cui il soggetto risponde ad essa. È precisamente questo piacere adattivo, questa impossibilità di godere al di fuori della relazione “seduttiva”, a costituire il campo specifico della cura psicoanalitica. Non è dunque la violenza in sé e per sé che ha senso per la psicoanalisi, bensì gli effetti di modellamento dell’identità in quanto supportati da un qualche piacere adattivo. Precisamente qui si situa il fraintendimento tra gli psicoanalisti, che ha come momento “mitico” originario la svolta del 1897 a partire dalla quale Freud rinnega il concetto di trauma e teorizza e cura gli effetti perversivi della sessualità infantile. Infatti, se non si coglie il movimento dialettico della “seduzione” insita nel rapporto adulto-bambino (cioè in sostanza di uno scambio microsociale doppiato dall’insorgenza del piacere), allora si rischia o di rinnegare la scoperta psicoanalitica dell’inconscio in quanto psicodinamica della sessualità, cioè del piacere adattivo e collusivo, scoperta che fonda e distingue la disciplina, e si finisce così per cadere nell’ambientalismo; oppure si crea una metapsicologia monadica, idealistica, con pretese di egemonia sulle altre scienze, e fondata sullo sterile concetto di perversione primaria, cadendo così nell’innatismo.

Ferenczi con la sua stessa esistenza – oltre che con lo sforzo teorico –, si è trovato stretto nel nodo dialettico che ha cercato di districare. Per questo egli è, nonostante tutto, più moderno di Bowlby o di Alice Miller, come anche più moderno di una certa metapsicologia monistica freudiana. Fino alla fine la passione clinica è rimasta per lui prioritaria, anche rispetto alla sua costruzione teorica.

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