Le catastrofi, che un grande matematico francese come René Thom tentò di “matematizzare”, siano essi
conflitti bellici, calamità naturali o disastri ambientali, producono una profonda lacerazione nel tessuto
sociale di una comunità, cancellando non solo vite e opere dell’ingegno umano, ma anche identità, radici e
memoria collettiva.
A giudizio di chi scrive, gli effetti delle ripetute catastrofi sulla costruzione e sulla trasmissione della
memoria collettiva possono risultare particolarmente perniciosi, poiché possono condurre intere comunità ad
accettare, e perfino a sostenere, pratiche i cui effetti deleteri permangono contemporanei alle stesse decisioni
che le hanno generate.
Reggio Calabria, nonostante le sue origini remotissime, conserva oggi poche tracce visibili della propria
storia. Secoli di terremoti devastanti, incursioni saracene, bombardamenti e altre sciagure hanno infatti finito
per offuscare, almeno in parte, la memoria collettiva della comunità. A questo si è aggiunto, negli ultimi due
secoli, il forte fenomeno dell’emigrazione, ancora in atto, che ha visto gran parte della popolazione
contribuire con il proprio lavoro alla prosperità di numerosi Paesi europei, delle Americhe e dell’Australia.
Eppure la memoria deve essere sempre coltivata e custodita, e questo richiamo assume un valore
fondamentale e quasi generativo soprattutto per coloro che, attraverso il proprio lavoro, rappresentano i
protagonisti — talvolta silenziosi — della vita di una comunità che, tra pochi giorni, sarà chiamata alle urne
per eleggere il proprio Sindaco.
Ritengo importante soffermarsi su un risultato annunciato nel settembre 2025 dal Sindaco uscente, oggi
Consigliere regionale.
«Reggio Calabria può guardare con serenità al proprio futuro» dichiarava il Sindaco, «grazie ai sacrifici
della sua gente e al grande impegno che, in questi anni, hanno consentito al Comune di scalare l’Everest di
un debito che sfiorava i 300 milioni di euro, evitando il dissesto finanziario. Ci siamo lasciati alle spalle
tempi bui, nei quali era difficile persino reperire le risorse necessarie per acquistare le lampadine
dell’illuminazione pubblica».
«Abbiamo evitato il default e risanato i conti» proseguiva, «tenendo bene impresse nella memoria le
immagini drammatiche dei lavoratori che assaltavano Palazzo San Giorgio, chiedendo ai commissari
prefettizi giustizia e dignità. Tutti i lavoratori: i dipendenti comunali, quelli delle società miste, gli operatori
del terzo settore e i dipendenti delle aziende creditrici. Questa era Reggio Calabria alla vigilia del nostro
mandato: una città sprofondata in un vortice di debiti e contenziosi. Oggi, fortunatamente, quelle vicende
sono dei tristi ricordi, posti in un angolo memoria a far da sentinelle»
Così parla il Sindaco. Ed è proprio da qui che devono iniziare i nostri esercizi di memoria. La Giunta
comunale e il Consiglio hanno infatti rappresentato gli esecutori di una condanna ricaduta sui salari dei
lavoratori reggini, concretizzatasi anche — ma non soltanto — attraverso l’applicazione di una delle
addizionali comunali IRPEF più elevate d’Italia.
Come è noto, l’addizionale comunale IRPEF è un’imposta locale applicata al reddito complessivo del
contribuente. Si tratta di una trattenuta aggiuntiva rispetto all’IRPEF nazionale, versata direttamente al
Comune di residenza per finanziare servizi e infrastrutture locali. Ogni amministrazione comunale ha la
facoltà di determinarne autonomamente l’aliquota entro i limiti previsti dalla legge.
Secondo uno studio dei sindacati risalente al 2025, Reggio Calabria risulta essere una delle città più care
d’Italia per quanto riguarda l’addizionale comunale IRPEF. Per un reddito annuo di 20 mila euro, la città
dello Stretto si colloca stabilmente ai primi posti di questa poco lusinghiera classifica, con un prelievo pari a
ben 506 euro all’anno.
L’aliquota IRPEF a Reggio Calabria è particolarmente elevata a causa della combinazione tra addizionale
comunale e addizionale regionale, entrambe applicate ai livelli massimi consentiti dalla legge per far fronte,
da un lato, ai decenni di grave dissesto finanziario dell’ente locale e, dall’altro, al deficit strutturale della
sanità calabrese.
Il Comune di Reggio Calabria applica l’aliquota massima dell’addizionale comunale IRPEF, fissata allo
0,8%. Tale livello si è reso necessario per far fronte al pesantissimo disavanzo di bilancio accumulato nel
corso degli anni e al piano di riequilibrio finanziario pluriennale (predissesto) adottato a partire dal 2013, in
seguito alle prescrizioni della Corte dei Conti della Calabria.
A ciò si aggiunge un contesto economico particolarmente fragile: con un reddito medio pro capite tra i più
bassi a livello nazionale e un tasso di disoccupazione tra i più elevati d’Italia, la base imponibile della città
risulta inevitabilmente ridotta. Di conseguenza, per garantire l’erogazione dei servizi pubblici essenziali e al
tempo stesso ripianare i debiti accumulati, le amministrazioni sono costrette ad applicare ai contribuenti
attivi le aliquote fiscali consentite ai livelli massimi.
E puoi anche sforzarti di spiegare a tutti, a destra come a sinistra, che in Italia sono soprattutto lavoratori
dipendenti e pensionati a sostenere il peso del sistema fiscale, garantendo oltre l’80% del gettito
complessivo dell’IRPEF e rappresentando, di fatto, i principali contribuenti del Paese.
Insomma, i disastri amministrativi che hanno segnato questa città — talvolta con conseguenze persino
tragiche — si sono abbattuti come una mannaia sui salari dei lavoratori, trasformati dalle amministrazioni in
una sorta di bancomat a cui attingere per rimediare a decenni di gestione cialtronesca e irresponsabile.
Il messaggio che sembra emergere è tanto semplice quanto amaro: amministratori incapaci e irresponsabili
hanno trascinato il Comune di Reggio Calabria verso il dissesto? A pagare il conto devono essere i
lavoratori, attraverso trattenute su stipendi e salari, oltre che mediante imposte e tributi locali come la
famigerata TARI, di cui non si comprende l’utilità date le innumerevoli discariche riscontrabili sul territorio
comunale.
Si comprende bene quanto sia difficile, se non impossibile, mandare giù un boccone così amaro. I lavoratori
reggini si trovano stretti in una morsa: da un lato vi sono candidati di un determinato schieramento politico
che non esitano a mostrarsi al fianco di coloro che hanno contribuito a determinare la disastrosa situazione
debitoria del Comune di Reggio Calabria; dall’altro vi sono quanti, con freddezza e senza alcuna pietà,
hanno deciso che il prezzo di quei disastri debba essere pagato da chi, ogni mattina, pomeriggio e notte, si
reca al proprio posto di lavoro contribuendo in maniera decisiva alla vita e al funzionamento della comunità
reggina.
Ecco allora che sindaci e amministratori di turno possono persino annunciare l’uscita — tutta da verificare
— dai piani di rientro, scaricati però sulle spalle dei lavoratori e pagati da questi ultimi con sacrifici enormi.
Tutto sembra avvenire senza conseguenze, come se fosse normale. E così, al prossimo disastro
amministrativo, nulla impedirà che si proceda ancora una volta allo stesso modo.
È proprio per questo che i lavoratori devono recuperare fino in fondo la capacità di ricordare, opponendosi a
una cultura politica e sociale che, in questo territorio, ha troppo spesso mortificato la memoria collettiva.
Occorre ricordare e avere consapevolezza di sé, senza lasciarsi ammaliare da schiere di incapaci che
promettono mari e monti, pur non riuscendo talvolta neppure a coniugare correttamente i verbi al
congiuntivo.
Concludo dicendo che il meteo previsto per domenica 24 e lunedì 25 invita a trascorrere del tempo all’aria
aperta, magari con una bella grigliata nel nostro splendido Aspromonte. Io, certamente, non mi lascerò
sfuggire l’occasione.
MAURIZIO PANZERA
LAVORO, MEMORIA E SALARI: UNA DIFFICILE CONVIVENZA? (DI MAURIZIO PANZERA)

