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La neotenia (di Nicola Ghezzani e Alessio Esposito)

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La teoria della neotenia è un concetto affascinante che riguarda lo sviluppo biologico e psicologico dell’essere umano. In sostanza, essa concerne la conservazione di caratteristiche neonatali, infantili e giovanili nell’individuo adulto; nasce nel contesto biologico dello studio dell’evoluzione delle specie e si è poi estesa fino a coinvolgere la psicologia.

Studiosi come Luis Bolk, Adolf Portmann, Arnold Gehlen, Stephen J. Gould e, in ambito psicologico Luigi Anepeta e Nicola Ghezzani hanno dato contributi significativi a questa teoria, ciascuno con un’interpretazione particolare che ha arricchito la comprensione del fenomeno in diversi ambiti.

Luis Bolk: La neotenia come chiave evolutiva

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Luis Bolk, un anatomista olandese, è considerato uno dei primi sostenitori della neotenia come principio evolutivo chiave per comprendere lo sviluppo umano. Bolk propose che l’essere umano adulto somiglia di fatto a un feto di scimmia espulso precocemente. In sostanza, molte delle caratteristiche fisiche e comportamentali tipiche del cucciolo di scimmia e a maggior ragione dell’infante umano si mantengano nella fase adulta umana attraverso un processo di trattenimento.

Secondo Bolk, caratteristiche come il volto relativamente piatto, la grande dimensione del cranio rispetto al corpo, la pelle relativamente liscia rispetto a quella dei primati adulti derivano tutte da una prolungata giovinezza biologica.

Nella sua opera, Bolk (1926) affermava che l’uomo è un feto scimmiesco sessualmente maturo. Questo concetto, apparentemente provocatorio, intendeva sottolineare che l’evoluzione umana non è semplicemente una continuazione del processo evolutivo che vediamo negli altri primati, ma piuttosto il risultato di un rallentamento del loro sviluppo. È un’idea con profonde conseguenze, perché implica che l’uomo si sia evoluto non semplicemente attraverso l’adattamento fisico o ambientale, ma anche grazie alla sua capacità di prolungare lo sviluppo cerebrale, consentendo una maggiore flessibilità cognitiva e una più lunga fase di apprendimento.

Ominazione e crescita del volume del cranio

La riduzione del volume cerebrale e la destrutturazione dell’architettura istintuale sono dati che caratterizzano univocamente, negli animali non umani, un processo di addomesticamento, che, come accennato, determina un pedomorfismo.

Che significato può avere tale dato in rapporto all’uomo?

Se l’evoluzione umana ha selezionato individui con un volume cerebrale più ampio, ma con minore struttura istintuale, quindi immaturi, ciò significa che il pedomorfismo implicito nella riduzione dell’architettura cerebrale è risultato vantaggioso. Ebbene il vantaggio che la specie Homo sapiens è l’ulteriore umanizzazione dell’uomo, vale a dire all’agganciamento delle strutture cognitive ad un’emozionalità infantile, neotenica, disponibile alla relazione affettiva e all’apprendimento.

In questa ottica, alta sensibilità e introversione rappresenterebbero il modo di essere nel quale tale aggancio funziona in maniera più vincolante.

Ciò spiegherebbe:

  • aspetto fisico più giovanile
  • ingenuità emotiva
  • aumento vertiginoso della “creatività”, capacità di esplorare i mondi possibili.
  • Arricchimento della qualità della pietas
  • L’empatia permette di comprendere la naturale moralità dei sensibili introversi, la loro tendenza a non danneggiare e a non fare male agli altri.
  • L’interazione complessa tra strutture emozionali e cognitive spiegherebbe la precoce maturità intellettuale che raggiungono i sensibili introversi e che spesso si dispiega nel corso della vita sotto forma di problematizzazione dei rapporti, delle regole morali, del mondo sociale, del senso della vita.

Adolf Portmann: L’estensione della neotenia nel comportamento umano

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Adolf Portmann, un biologo svizzero, ampliò la teoria di Bolk e ne approfondì l’aspetto comportamentale, introducendo l’idea che la neotenia non riguarda solo tratti fisici, ma anche psicologici e sociali. Portmann riteneva che l’essere umano fosse caratterizzato da una prolungata dipendenza durante l’infanzia, un periodo in cui l’apprendimento e la socializzazione giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’identità e delle capacità dell’individuo.

Per Portmann (1948), questa dipendenza prolungata dall’ambiente sociale durante l’infanzia rende l’essere umano particolarmente malleabile, permettendo una crescita psicologica e cognitiva che va ben oltre quella di altre specie animali. La neotenia, quindi, non è solo un fenomeno biologico, ma un principio che spiega il motivo per cui l’essere umano è profondamente dipendente dalle dinamiche culturali e sociali per il proprio sviluppo. In altre parole, l’uomo è programmato per rimanere aperto all’apprendimento e all’adattamento per un periodo molto lungo della propria vita.

Secondo Portmann, questa apertura prolungata verso l’apprendimento culturale e sociale spiega anche l’enorme varietà di comportamenti umani e la loro capacità di vivere in ambienti estremamente diversi, da comunità tribali a società industrializzate.

Arnold Gehlen: la neotenia nell’antropologia filosofica

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Dall’analisi del suo corredo organico e anatomico, l’uomo appare, secondo il filosofo tedesco Arnold Gehlen, come un animale disadattato, che cioè non ha sviluppato una risposta adattativa specifica verso un determinato ambiente: «Manca in lui il rivestimento pilifero, e pertanto la protezione naturale dalle intemperie; egli è privo di organi difensivi naturali, ma anche di una struttura somatica atta alla fuga; quanto a acutezza dei sensi è superato dalla maggior parte degli animali e, in una misura che è addirittura un pericolo per la sua vita, difetta di istinti autentici e durante la primissima infanzia e l’intera infanzia ha necessità di protezione per un tempo incomparabilmente protratto. In altre parole: in condizioni naturali, originarie, trovandosi, lui terricolo, in mezzo ad animali valentissimi nella fuga e ai predatori più pericolosi, l’uomo sarebbe già da gran tempo eliminato dalla faccia della terra» (Gehlen, 1990).

Gehlen mutua queste concezioni dalle teorie della fetalizzazione e della neotenia umana propugnate dall’anatomista olandese Luis Bolk.

Questa concezione dell’uomo coincide con le teorie del parto prematuro stabilizzato (secondo la quale la nascita del neonato umano sarebbe una parto fisiologico prematuro), e della primavera extra-uterina (per cui il primo anno di vita sarebbe un anno embrionale extra-uterino), elaborate dal biologo Adolf Portmann, che Gehlen condivide.

Secondo Gehlen, la formazione dell’essere umano si completa al di fuori del grembo materno, consentendo lo sviluppo di determinate facoltà in relazione a un determinato ambiente d’esistenza. La mancanza di un sistema istintuale pre-programmato di risposta a un ambiente fisico naturale ha implicato la necessità di formulare una risposta adattativa, che è stata di piegare l’ambiente naturale costruendo da sé un ambiente che non è dato ma costruito: la società e la cultura.

Gehlen può infine affermare che l’uomo è un animale aperto al mondo, giacché il suo comportamento non è iscritto in un circolo di attività predeterminato su un piano istintuale.

Stephen J. Gould: neotenia e evoluzione cognitiva

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Stephen J. Gould, paleontologo e biologo evoluzionista, ha ulteriormente sviluppato la teoria della neotenia, inserendola in un contesto evoluzionistico più ampio. Nel suo celebre libro Ontogeny and Phylogeny (1977), Gould propose che la neotenia fosse un meccanismo fondamentale nel processo di evoluzione umana, in particolare per lo sviluppo del cervello e delle capacità cognitive. Egli riteneva che l’evoluzione non fosse sempre guidata dalla selezione naturale classica, ma anche da processi di eterocronia, come la neotenia, che alterano il ritmo dello sviluppo.

Gould sostenne che la neotenia permetteva agli esseri umani di mantenere una flessibilità mentale tipica delle fasi giovanili, consentendo una maggiore creatività, curiosità e capacità di adattamento. Il cervello umano, in particolare, sarebbe stato il principale beneficiario di questo processo, poiché il suo sviluppo prolungato ha permesso l’acquisizione di competenze cognitive avanzate come il linguaggio, la cultura e il pensiero simbolico.

Per Gould, la neotenia non era solo un tratto passivo dell’evoluzione, ma un vero e proprio motore del progresso evolutivo umano. Egli affermava che la neotenia ci ha resi umani, consentendo di estendere la plasticità dello sviluppo e le opportunità di apprendimento per l’intero ciclo vitale.

Neotenia e psicologia

Il costrutto teorico della neotenia ha trovato nuova applicazione nel contesto psicologico ad opera di Luigi Anepeta e Nicola Ghezzani. La prolungata fase giovanile permette infatti una maggiore capacità di dipendenza, quindi di empatia, apprendimento e adattamento. In questa prospettiva, la neotenia sarebbe vantaggiosa per la specie umana poiché ha consentito lo sviluppo di tratti culturali e sociali sofisticati, come l’empatia, l’educazione, la cooperazione e il linguaggio. Allo stesso tempo però, rendendo ogni individuo dipendente dall’ambiente di accudimento, lo vincola ad esso sia sul piano interpersonale che sul piano valoriale.

Nel corso della sviluppo, quello che Anepeta e Ghezzani definiscono come il bisogno di appartenenza e integrazione sociale (coincidente col sistema di attaccamento di John Bowlby) può entrare in conflitto col bisogno di opposizione e individuazione (concetto che costituisce una novità assoluta nel panorama psicologico contemporaneo e che Ghezzani definisce anche come sistema di differenziazione).

A seconda delle esperienze pregresse individuali, il conflitto fra i due bisogni può essere dialettico, quindi generatore di sviluppo, oppure disordinante, mostrandosi così come la causa prima delle soluzioni psicopatologiche. 

Facciamo seguire dei brani tratti dalle opere di Luigi Anepeta e Nicola Ghezzani.

Da Luigi Anepeta, Timido docile ardente 2007, Cap.1.3 Il fondamento neurobiolo-gico dell’introversione

«L’essere umano è un’animale ritardato nello sviluppo rispetto a tutti gli altri, che, tra l’altro, conserva nella sua stessa anatomia gli indizi del ritardo: elevato volume della testa in rapporto al corpo, cute glabra, denti piccoli, ossa fragili, ecc. Gli specialisti parlano a riguardo di neotenia, vale a dire della persistenza nell’adulto delle caratteristiche fetali.

Alle nostre orecchie, condizionate dall’ideologia della velocità e della fretta, il termine ritardo ha un suono sinistro. Se, però, diamo credito agli specialisti, l’uomo è diventato homo (sapiens sapiens) proprio in virtù di questo di questo singolare fenomeno.

Rallentando, infatti, il processo di adattamento al mondo esterno, che negli altri animali è precoce, la neoteniaha plasticizzato la struttura cerebrale, mantenendola a contatto con il mondo interiore, immersa nel flusso delle emozioni, aperta alla fantasia, all’immaginazione, alla creatività.

Non ci si soffermerà mai abbastanza su questo aspetto. Il ritardo dello sviluppo, evitando che il cervello venga catturato e irretito dalla percezione di oggetti esterni, mantiene per un certo tempo il primato del mondo interno su quello esterno e, in conseguenza di questo, apre l’uomo all’intuizione di mondi possibili, vale a dire sull’infinito.

La lunghezza della fase evolutiva è dovuta in gran parte alla necessità di una lunga maturazione delle emozioni e degli affetti.

Se questo è vero per tutta la specie umana, il persistere anche in età adulta del primato del mondo interno su quello esterno negli introversi implica una spinta evolutiva, legata alle emozioni, che appare orientata verso l’esplorazione di mondi simbolici prodotti dall’uomo stesso». (Anepeta, 2007, p. 24).

Da Luigi Anepeta, Timido Docile Ardente, 2007, Appendice 2 Genetica ed intro-versione

«Per mediare la polemica tra innatisti e empiristi, gli studiosi di genetica hanno coniato il concetto di “norma di reazione”, secondo il quale ogni genotipo comporta un insieme definito di potenzialità di sviluppo che danno luogo a fenotipi diversi per forma e comportamento in relazione a variazioni ambientali. È lo spettro dei fenotipi che consente di caratterizzare la norma di reazione.

Valutare le influenze ambientali per quanto concerne le caratteristiche psichiche umane non è, però, facile. Tali influenze, infatti, non agiscono su una tabula rasa. Ogni cervello, considerato sotto il profilo della sua organizzazione strutturale (reti interneuronali, connessioni sinaptiche, ecc.) è diverso da qualunque altro, dunque unico e irripetibile. Valendo ciò anche per i cervelli dei gemelli “veri” allevati nello stesso contesto, occorre pensare che ogni soggetto seleziona e interpreta le informazioni che provengono dall’ambiente secondo modalità individuali, costruendosi un “suo” cervello e un “suo” mondo.

L’ambiente in cui si sviluppa un individuo non è, d’altro canto, una fonte di “informazioni” delle quali ciascuno può fare quello che vuole. Al di la del fatto che esso comporta l’interazione con altre persone, e quindi con altri mondi d’esperienza, l’ambiente in cui evolve un essere umano è strutturato culturalmente, vale a dire riconosce e privilegia determinati codici normativi e sistemi di valori. In virtù di questi, ogni ambiente esercita un’influenza che tende a ridurre la varietà potenziale dei comportamenti umani, riconducendoli verso una “norma”, che definisce la loro corrispondenza ai valori dominanti. […] Ogni individuo, insomma, quale che sia il suo corredo genetico, deve fare i conti con il modello di normalità che vige nel suo contesto di appartenenza e di interazione» (Anepeta, 2007, p. 116).

«Dall’analisi svolta finora, riesce chiaro che il modello normativo vigente nel nostro mondo, marcatamente estrovertito, se può al limite porre problemi a tutti, è letteralmente un handicap per gli introversi.

Ciò non di meno, la natura continua a produrre corredi genetici nei quali la prevalenza dell’introversione è più o meno evidente. Probabilmente, la selezione naturale dell’introversione è avvenuta con la nascita stessa della specie umana e si è mantenuta nel corso del tempo perché, come si è visto, le potenzialità legate all’introversione sono importanti ai fini dell’evoluzione culturale della specie umana.

Come è avvenuta, però, tale selezione? Nessuno lo sa, ma si può avanzare un’affascinante congettura partendo da un fenomeno che è stato estremamente importante nello sviluppo della civiltà umana: quello dell’addomesticamento degli animali e, in particolare, del cane, che ha stabilito con l’uomo un rapporto del tutto singolare.

Ormai tra gli studiosi vige l’accordo sul riconoscimento del lupo grigio (Canis Lupus) come progenitore unico del cane domestico. Tra le ipotesi avanzate sul processo di addomesticamento, la più accreditata è quella che fa riferimento ad una selezione naturale di individui meno timorosi nei confronti dell’uomo che avrebbero cominciato a seguire i primi gruppi di cacciatori nomadi, nutrendosi dei resti dei loro pasti, ma fornendo inconsapevolmente un prezioso servizio di “sentinelle”, stabilendosi in seguito nei pressi dei primi insediamenti, e dando il via ad una sorprendente coabitazione tra due specie di predatori, con reciproci vantaggi.

Tale selezione si è associata alla comparsa di mutamenti fisici (dalla riduzione del volume cranico, all’accorciamento dei denti, ma anche alla comparsa di caratteri quali le chiazze bianche sul mantello e le code arrotolate). I mutamenti fisici in questione sono univocamente riconducibili al mantenersi nei cani adulti di caratteristiche tipiche di fasi precoci dello sviluppo dell’antenato, il lupo; di caratteristiche, dunque, proprie dei cuccioli. Il mantenersi di tali caratteristiche definisce il processo che i biologi designano con il termine neotenia». (Anepeta, 2007, p. 117)

«La neotenia implica un ritardo nello sviluppo la cui conseguenza è un globale “ingentilimento” del carattere, dovuto al pedomorfismo, vale a dire alla persistenza nell’adulto di comportamenti da cucciolo, riconducibili ad un’intensa emozionalità. L’importanza di questo aspetto in riferimento alla specie umana non può essere minimizzato. L’uomo è per eccellenza un animale neotenico. Viene al mondo drammaticamente prematuro, esibisce un comportamento da cucciolo per svariati anni e conserva, anche in età adulta, alcune caratteristiche fisiche embrionali: la testa grande rispetto al corpo, il corpo glabro, la pelle sottile e delicata, le ossa fragili, i denti piccoli ecc. Si può dire che l’uomo è diventato homo (sapiens sapiens) proprio in virtù del ritardo dello sviluppo». (Anepeta, 2007, p. 117-118)

«Sotto il profilo filo genetico, la neotenia, ha prodotto tre formidabili conseguenze. Per verso ha costretto la specie umana ad organizzarsi sulla base della necessità di allevare i piccoli per un periodo sterminatamente lungo, determinando un rapporto intimo e prolungato tra le generazioni. In secondo luogo, essa, ponendo costantemente gli adulti a contatto con i bambini, ha “ingentilito” la specie (come sa chiunque oggi sperimenta, a contatto con un infante, un’inesprimibile tenerezza), dando ad essa la piena consapevolezza di una condizione esistenziale di vulnerabilità e di precarietà drammaticamente rappresentata da un essere dipendente e impotente quant’altri mai. In terzo luogo, rallentando il processo di adattamento al mondo esterno, che negli altri animali è precoce, la neotenia ha plasticizzato la struttura cerebrale, mantenendola a contatto con il mondo interno, immersa nel flusso delle emozioni, aperta alla fantasia, alla creatività e all’esplorazione di mondi e modi di essere possibili». (Anepeta, 2007, p.118).

«Se questo è vero, sullo sfondo di un pedomorfismo neotenico che caratterizza tutta la specie umana, l’introversione rappresenterebbe un’accentuazione di tale orientamento, l’espressione di un corredo genetico che sembra rivolto, per così dire, ad ingentilire l’emozionalità vincolandola all’empatia e ostacolando il pericolo che la razionalità produca un tragitto inverso rispetto a quello imboccato dall’evoluzione. In questa ottica, gli introversi potrebbero essere identificati come i precursori di un cambiamento, di un ulteriore ingentilimento della specie umana, destinato un giorno o l’altro a prodursi. Dato lo stato di cose esistenti nel mondo, forse questo “sogno” è l’unica speranza di salvezza per la specie umana» (Anepeta, 2007, p. 120).

Nicola Ghezzani: La neotenia in ambito psicologico

Nicola Ghezzani, psicoterapeuta italiano, ha esplorato il concetto di neotenia in un contesto psicologico, cercando di collegarlo alla dimensione della crescita emotiva e relazionale. Per Ghezzani, la neotenia non si limita alla sfera biologica e cognitiva, ma influenza profondamente anche la sfera affettiva e relazionale dell’essere umano.

Secondo Ghezzani, la neotenia permette una flessibilità non solo cognitiva, ma anche emozionale, che si manifesta in una capacità di adattamento prolungato alle relazioni interpersonali e all’acquisizione di affetti intensi e duraturi.

In quest’ottica, l’essere umano mantiene una sorta di apertura infantile verso il mondo per tutta la vita, una qualità che può avere sia vantaggi che svantaggi. Se da un lato questa apertura permette una continua capacità di imparare e di sviluppare legami emotivi, dall’altro può portare a conflitti psicologici fra appartenenza e individuazione e quindi a una crisi psicopatologica con conseguente inibizione o regressione psicologica.

Ghezzani sostiene che molti disturbi psicologici possano essere interpretati come una forma di neotenia patologica, in cui l’individuo non riesce a superare una fase infantile e adolescenziale di traumatizzazione, conflitto e regressione.

Secondo Ghezzani, l’essere umano, in quanto essere neotenico, è destinato a una continua evoluzione psicologica. Non esiste un punto in cui l’individuo smette di crescere emotivamente, ma piuttosto una costante trasformazione che riflette l’infanzia interiore. Questo aspetto della neotenia è strettamente legato alla capacità umana di rimanere creativa, curiosa e aperta alle nuove esperienze, anche in età adulta.

La neotenia nel contesto psicologico: una sintesi

L’idea della neotenia ha importanti implicazioni in ambito psicologico. Essa suggerisce che l’essere umano mantiene per tutta la vita alcune caratteristiche infantili, come l’empatia interpersonale, la plasticità mentale, l’apertura verso nuove esperienze e la capacità di apprendere. Questa caratteristica ha permesso alla specie umana di svilupparsi in modo flessibile e di adattarsi a un’incredibile varietà di ambienti e situazioni sociali.

La neotenia non è solo una questione biologica: tocca anche il modo in cui ci relazioniamo con gli altri, il nostro sviluppo emotivo e la nostra crescita personale. Nel contesto psicologico, la neotenia può essere vista sia come un’opportunità sia come una vulnerabilità. Se da un lato essa permette una continua evoluzione e adattabilità, dall’altro può portare a una condizione di conflitto con l’individuazione, quindi alla regressione in una struttura mentale iper-controllata o nella dipendenza relazionale.

Da Nicola Ghezzani, Ricordati di rinascere (2014):

Copertina del libro Ricordati di Rinascere di Nicola Ghezzani

«Se guardiamo il cervello di profilo – se lo guardiamo con un po’ di fantasia – può evocare l’immagine di un feto raccolto in se stesso. Un feto (o persino qualcosa di ancora più primario: un embrione) con gli occhi chiusi, dormiente, forse immerso in un sogno. È un’immagine suggestiva – ovviamente è solo una metafora – ma mi serve per introdurre un mio nuovo concetto: l’entelogenesi, o embriogenesi psichica. Ma prima devo fare un piccolo accenno a un concetto evoluzionistico, non ancora diffuso tra gli scienziati più “conservatori”, che va sotto il nome di neotenia

Provo a spiegarlo.

I singoli individui delle più diverse specie animali vengono al mondo con un corredo di istinti prefissato, un corredo rigido che varia solo in virtù dell’evoluzione della specie – cioè attraverso una sequenza interminabile di nascite e di morti – e dunque nel corso di centinaia di migliaia di anni. Diversamente da loro, l’uomo possiede un cervello plastico, sicché ogni neonato deve apprendere da capo ogni singolo comportamento. Egli nasce con gli schemi istintuali di base, quelli che gli garantiscono la sopravvivenza biologica e l’aggrappamento al simile, ma è privo di ogni cognizione della vita adulta, che dipende da gruppo umano cui appartiene. Sin dalle prime fasi della vita, il neonato ha uno sviluppo biologico lentissimo e ha bisogno di adulti protettivi e inclini ad insegnargli. Debole e inetto, ha una necessità assoluta di amare ed essere amato, di avere un complemento psichico che lo aiuti a maturare; egli dipende dagli altri.

Per spiegare questa dipendenza naturale dell’uomo dal suo simile, il biologo olandese Louis Bolk ha coniato il concetto di neotenia. La neotenia è un fenomeno evolutivo proprio di poche specie, e di quella umana in modo particolare, per il quale gli individui adulti conservano caratteristiche morfologiche e biologiche tipiche dell’età fetale e infantile. La marcata immaturità biologica di questi individui assolve alla funzione di renderli più plastici e adattabili all’ambiente. Bolk osservò nell’adulto umano molti dei tratti tipici del feto (sia umano che primate) come la nascita prematura, l’estrema gracilità fisica, la lunga dipendenza neonatale, la mancanza di pelo protettivo, la chiusura ritardata delle ossa craniche ecc., e sviluppò una teoria secondo la quale la specie homo si sia evoluta grazie alla scoperta che il feto umano dispone di un cervello duttile, capace di enormi apprendimenti.

La scoperta di Bolk mi ha consentito di fare un’importante estrapolazione. Lo stato di labilità neurologica neonatale fa sì che l’uomo debba nascere due volte: una volta con il corpo, la seconda con la psiche. Alla nascita egli è inetto: deve apprendere tutto della vita umana e persino l’identità personale è oggetto di ricerca e conoscenza. Sicché, nato col corpo, egli deve ancora nascere come essere umano completo. La sua nascita psichica lo impegnerà per molti anni e, superate le necessità della sussistenza, sarà il suo principale problema nel corso della vita. Gran parte delle società arcaiche ovviarono a questa necessità con l’istituzione di “riti di iniziazione”, durante i quali i giovanetti venivano sottratti alle madri per essere integrati nel gruppo degli adulti. Le società moderne sono caratterizzate da una moltiplicazione infinita dei ruoli sociali e dei valori personali, sicché gli individui non hanno più una destinazione prestabilita, come accadeva nelle società arcaiche. I riti di iniziazione sono andati in disuso e il passaggio di stato da individuo infantile a indivi- duo adulto ha cessato di essere quella questione di primaria importanza che è stata in passato. La fase di passaggio non ha più avuto dignità sociale né un rito di iniziazione per favorirla. Come molte altre cose nel mondo moderno, è diventata oggetto di improvvisazione sociale. In parte hanno continuato ad occuparsene le religioni (attraverso forme rituali come la cresima o il bar mitzvah); poi però, con la secolarizzazione religiosa, la ricerca di un’identità adulta è diventata sempre più arbitraria e soggettiva e tuttalpiù coadiuvata da un aiuto parentale o professionale (insegnanti, padri spirituali, psicologi, mentori, maestri).

Di fatto, l’uomo è l’unico animale che si chiede quale sia la sua essenza soggettiva e in che modo integrarla con le necessità del gruppo di appartenenza e con quelle dell’intera specie. Nato nel corpo, ci metterà molto tempo per nascere anche nella psiche, per maturare una personalità che sia la sua e di nessun altro.

Ho studiato il fenomeno della maturazione psichica individuale per almeno quarant’anni e sono pervenuto alla conclusione che tutta le società umane hanno recepito l’universale necessità di maturazione personale facendone uno dei loro più importanti campi di riflessione. Le stesse società moderne hanno abbandonato i rituali di iniziazione non per caso o per ignoranza, ma perché impegnate a garantire allo sviluppo dell’individuo il massimo di libertà possibile. Dal mio punto di vista, tutte le società umane presenti e passate hanno individuato due strumenti psicologici funzionali ad accompagnare la maturazione della persona, che io ho chiamato invarianti psicobiologiche (Ghezzani, 2012). E ho altresì affermato che essi sono a tal punto essenziali che è impossibile stare in loro presenza senza avvertire quel sentimento universale che è commozione. La prima di queste invarianti è l’amore, che consente di vedere in trasparenza nell’amato – anche dietro le peggiori apparenze – il delicato potenziale della nascita e della crescita psichica, e, nelle relazioni bilaterali, di intravedere in lui la fonte primaria della propria crescita. Esperienze d’amore variegate come un bambino che si abbandona gioioso alla propria madre, l’amante che si fonde col suo amato nella contemplazione degli sguardi, il mistico che dialoga teneramente col suo dio, sono tutte commoventi e tutte consentono lo sviluppo dell’individualità. La seconda di queste invarianti è la personalità, o per meglio – seguendo l’indicazione di Jung – l’individuazione. Poiché l’essere umano ha un cervello duttile, potrebbe apprendere in modo passivo, come un automa; eppure ciò non accade mai; egli sviluppa sempre un suo modo di essere individuale del tutto peculiare. Perché?

Perché un apprendimento che potrebbe in teoria essere ano- nimo e infinito trova in realtà delle condizioni limitanti invalicabili e nette: 1) le caratteristiche genetiche e fisiologiche di quello specifico organismo; 2) le interazioni che quell’organismo ha con l’ambiente immediato; 3) le interazioni che ha con se stesso; e 4) la “richiesta” che gli proviene dal mondo umano simbolico – la “cultura” – di partecipare all’Opera Comune. La somma delle disposizioni genetiche innate (reattività, sensibilità, empatia, tipi e gradi di intelligenza ecc.) combinata con le esperienze concrete, con le scelte soggettive compiute di volta in volta nella vita, e con la vocazione intravista, rivelano e costruiscono ilcarattere” di una persona, la sua “personalità”, e il processo che porta a costituirla lo chiamiamo individuazione. Infine, l’individuazione personale sortisce dalle lenta e arti- colata combinazione delle due invarianti. Mentre l’amore seleziona rapporti funzionali alla buona crescita, lo sviluppo della personalità nel corso del tempo fa sì che questi rapporti non danneggino mai, ma anzi esaltino, la preziosa unicità di quel singolo individuo.

Da Nicola Ghezzani La lingua perduta dell’amore (2023):

«Un cervello plastico

LINGUA PERDUTA DELL'AMORE copertina


Nell’avviare la narrazione sull’amore e sulla sua drammatica per- dita, abbiamo voluto retrocedere di alcuni milioni di anni, fino all’invenzione evoluzionistica della neotenia, che ha consentito alla specie Homo di far nascere bambini immaturi, con un cervello in grado di accrescersi dopo la nascita. Perché l’uomo ha sviluppato questo strano e rischioso espediente evolutivo? L’ipotesi più plausibile è quella riferita da Dean Falk: la stazione eretta, acquisita con l’abbandono delle foreste, aveva comportato la verticalizzazione del bacino della femmina. Il parto e la nascita divennero un’impresa difficile: i piccoli d’uomo avevano non solo una testa più grande dei piccoli di altri primati, ma dovevano anche passare per un canale del parto più stretto e tortuoso. Allora, per evitare la morte della madre e del piccolo, nel corso dei millenni il feto venne espulso prima della sua completa maturazione, dunque col cranio molle adattabile al canale del parto e alla torsione di espulsione. La madre e i feti che non avevano queste caratteristiche – la capacità di espulsione precoce e la capacità di maturazione extra-uterina – semplicemente morirono, lasciando il posto a chi invece le aveva.

Ebbero più probabilità di sopravvivere alla nascita i bambini prematuri. E questo è tutto. Dalla nascita sgraziata e rischiosa di un bambino fragile, debole, inetto, senza pelliccia e senza istinti, la natura – cioè il caso e la necessità – ha saputo trarre una creatura ca- pace di comunicare, immaginare, compatire, amare.

La nascita prematura ha implicato che venissero al mondo cervelli non del tutto completi, privi della maturazione istintuale dei primati, che per loro avviene appunto in utero. Mentre i cuccioli di una qualunque scimmia nascevano con solide capacità di aggrappamento, percezione e visione e una certa capacità di valutazione del pericolo, i bambini umani venivano partoriti senza istinti, vedevano e sentivano in modo confuso, non sapevano aggrapparsi adeguatamente, non sapevano camminare, correre o arrampicarsi, non sapevano cercare il cibo dal corpo della madre e poi dagli alberi e dalla terra. Ma proprio in virtù della loro plasticità neurologica erano in grado di apprendere. Apprendevano in quanto sapevano catturare l’attenzione di madri sensibili, le affascinavano con volti ed espressioni mimiche e vocaliche sempre più belle, sapevano imbeversi dei segnali emotivi e semantici degli adulti.

Naturalmente il cervello di una simile creatura è un po’ strano.

La nascita neotenica dell’uomo ha comportato, accanto alla plasticità cerebrale, anche una asimmetria sia nei tempi di maturazione del cervello che nella sua organizzazione strutturale. Dovendo nascere prima del tempo, quando viene al mondo il neonato umano presenta il cranio molle e una parte del cervello abbastanza sviluppata, mentre un’altra è ancora da formare. Per l’esattezza, il cervello del neonato presenta il paleoencefalo e l’emisfero destro quasi del tutto formati, mentre l’emisfero sinistro e la neocorteccia sono ancora in parte da formare (Odent, 2013). In sostanza, l’evoluzione ha deciso che nascessero bambini con le parti più arcaiche già funzionali; le altre – ritenute meno importanti per la sopravvivenza immediata – si sarebbero sviluppate solo dopo la nascita.

A cosa si deve questa scelta? Alla necessità di dotare il piccolo di attitudini mentali necessarie alla sopravvivenza postnatale. Poiché le emozioni e l’empatia fanno capo al paleoencefalo e all’emisfero destro, è intuibile che il bambino nasce adeguato a esprimere e ricevere empatia, affetti, integrazione sociale. Infatti, dal punto di vista affettivo, la relazione madre-figlio (che comincia già in utero, attraverso messaggi ormonali, sensoriali e batterici) è pressoché perfetta. Alla nascita, il neonato è dotato di quelle funzioni che gli consentono di percepire la madre non solo fisicamente, ma anche emotivamente e di sintonizzarsi con lei. A meno che non abbia gravi patologie, il bambino sa cosa fare: riconosce il corpo materno, il suo odore, il suo calore, i suoi ormoni, la sua voce, persino i suoi batteri; poi, se la madre non è sollecita, si contrae e piange, ossia chiede aiuto, cerca il volto della madre e si aggrappa a lei. Se la comunicazione madre-figlio non funziona è quasi sempre da ascrivere a incapacità, indisponibilità o disfunzioni psichiche materne. Insomma, non v’è dubbio che la preferenza espressa dalla natura è che i bambini nascano innanzitutto empatici, emotivi, espressivi.

Ma se alla nascita il bambino è quasi completo sul piano affettivo, cosa costruiscono per lui l’emisfero sinistro e la neocorteccia che terminano lo sviluppo dopo la nascita? Gli costruiscono le acquisizioni relative all’ambiente e al sistema simbolico del gruppo. Dunque, la natura ha predisposto che le attitudini empatiche precedano quelle cognitive e simboliche».

Bibliografia dell’autore

Ghezzani N., Il dramma delle persone sensibili, FrancoAngeli, Milano 2021.

Ghezzani N., La lingua perduta dell’amore, FrancoAngeli, Milano 2023.  

Ghezzani N., Persone sensibili in terapia, FrancoAngeli, Milano 2024.  

Bibliografia generale

  • Anepeta L. (2007), Timido docile ardente, FrancoAngeli, Milano.
  • Bolk, L. (1926). Das Problem der Menschwerdung. Gustav Fischer.
  • Gehlen A. (1990), L’uomo, La sua natura e il suo posto nel mondo, Feltrinelli Milano 1990.
  • Gould, S. J. (1977). Ontogeny and Phylogeny. Harvard University Press.
  • Portmann, A. (1944). Animal Forms and Patterns: A Study of the Appearance of Animals. Ed. it. La forma degli animali. Studi sul significato dell’apparenza fenomenica(1948, 19602), Raffaello Cortina 2013.
  • Portmann A., Le forme viventi. Nuove prospettive della biologia(1965), Editore: Adelphi 1989

Altri testi

  • Henri-Charles Puech, Erich Neumann, Adolf Portmann, Le metamorfosi del tempo(1951), Editore: Red Edizioni, 1999
  • Hugo Rahner, Erich Neumann, Adolf Portmann, L’uomo ricercatore e giocatore. L’esperienza mistica e creativa nella vita umana, Editore: Red Edizioni 1993
  • Adolf Portmann, Aniela Jaffé, Marie-Louise von Franz, Le stagioni della vita. Sviluppo biologico, fasi creative e spirito del tempo nel ciclo dell’esistenza umana, Editore: Red Edizioni 1992
  • Erich Neumann, Adolf Portmann, Gershom Scholem, Il rito. Legame tra gli uomini, comunicazione con gli dei, Editore: Red Edizioni, 1991
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